Cappella Sansevero: Il Cristo velato

       La Cappella Sansevero, è stato il secondo dei dieci documentari di Napoli Capitale, proiettato nell'elegante sala del Teatro Tasso di Napoli.
       La rassegna, inaugurata nel mese di febbraio proseguirà fino al 7 luglio.
       Il Museo della Cappella Sansevero, prodotto dalla Vip Edizioni Grafiche, sotto l'egida del Ministero dell'Istruzione dell'Università e della Ricerca, ha affascinato i numerosi intervenuti per la bellezza delle opere riprese dal regista Mauro Caiano e dalla curatrice dell'intera rassegna, la giornalista Marina Salvadore.
       Difficilmente, ad un primo approccio, senza una valida guida si possono ammirare appieno i dettagli di opere cosi stupefacenti, racchiuse in pochissimo spazio. La bontà delle immagini e l'occhio della cinepresa hanno reso palpabile alcuni aspetti dei minuziosi lavori eseguiti da illustri e noti scultori del Seicento e del Settecento.
       La Cappella, conosciuta principalmente per il Cristo velato (1753), è un gioiello del patrimonio europeo. Ha esordito Rosario Pinto che con Clara Negri e Maurizio Vitiello ha partecipato al dibattito coordinato da Umberto Franzese, presente il consigliere provinciale Luigi Rispoli, al quale si deve la meritoria opera di patrocinio da parte dell'Amministrazione Provinciale. La serata con interventi musicali è stata presentata da Gabriella Ruggiano.
       L'ingresso del Museo, dalle linee severe e dimensioni modeste, non lascia intuire la ricchezza decorativa che si trova all'interno.
       Fondata sul finire del Cinquecento in seguito ad un evento miracoloso, la chiesetta, di forma rettangolare ad unica navata, rinasce quasi due secoli più tardi grazie alla straordinaria personalità del Principe Raimondo de Sangro, duca di Sansevero. Accademico della Crusca, cavaliere dell'Ordine di San Gennaro, Gran maestro della Massoneria napoletana.
       In questo piccolo scrigno si possono ammirare numerosi capolavori scultorei, oltre al Cristo velato del Sanmartino, il Disinganno del Queirolo, la Pudicizia del Corradini e le misteriose Macchine Anatomiche.
       Raimondo de Sangro, fu alchimista e ricercatore scientifico ante litteram: inventò nuove sostanze e nuove macchine, studiò l'anatomia umana. Distillò l'acqua del mare; ideò farmaci; inventò nuove leghe di metalli; una cera artificiale, un tessuto impermeabile che il re Carlo III di Borbone si faceva confezionare mantelli per andare a caccia sotto la pioggia. Creò un archibugio a polvere, un archibugio a salve ed una carrozza anfibia. Per quel poco che si sa dei suoi studi, essi dovevano subire l'influenza di Sesto Empirico, del Bayle e di tutte le culture orientali che egli aveva praticato. Il fatto che avesse scoperto un sistema per imbalsamare i cadaveri ed un sistema di pietrificare il corpo umano fecero si che passasse alla storia come un individuo spietato e diabolico.
       La cappella gentilizia fu fondata nel 1590 e collegata con un cavalcavia al monumentale palazzo di Sangro di Piazza San Domenico Maggiore. Poi tra il 1749 e il 1770, il Principe Raimondo, settimo figlio di Antonio Di Sangro, uomo che vagabondò per l'Europa abbandonandosi ad una vita di ozio e balordi. Pentitosi in vecchiaia decise di ritirarsi in un convento e il figlio Raimondo lo fece rappresentare nel Disinganno, in cui un personaggio maschile è intento a districarsi da una rete. Successivamente fece affrescare la volta e disegnò gran parte dei sepolcri; ideò altre statue che fece eseguire da artisti da lui prescelti. La più stupefacente resta il Cristo velato. Il Redentore morto avvolto in un lenzuolo trasparente che ne vela e insieme svela le forme. Una tecnica finora inspiegabile, eseguita dallo scultore Giuseppe Sanmartino, accecato dal principe, secondo alcuni, subito dopo perchè non ripetesse più una simile opera. Un'opera che a distanza di oltre due secoli fa ancora discutere, sulla sua esecuzione. Con la stessa tecnica del velo furono scolpite altre due statue, Il Disinganno, come accennato prima e La Pudizia velata, del Corradini omaggio del principe alla madre, Cecilia Gaetani dell'Aquila, morta ad appena venti anni.
       Infine, in un bassorilievo, attribuito al Sanmartino, è rappresentato Cristo che ridà la vista ad un cieco. La Deposizione, sull'altare maggiore. Suggestivi i marmi colorati, i medaglioni dei cardinali sugli archi; i sepolcri. Sopra l'ingresso, è rappresentato la figura di un defunto, ritenuto morto in battaglia e uscito dalla bara con la spada in pugno, terrorizzò, ovviamente, i presenti.
       Nella cripta, le due macchine anatomiche (scheletri in cui si osserva l'apparato venoso e arterioso, quello femminile porta in grembo parti del feto). Non si è mai scoperto il procedimento, tanto che si ipotizzò che il principe avesse iniettato del liquido nel corpo di una giovane coppia di camerieri ancora vivi. Nella Guida storica-artistica della Cappella Sansevero, scritta da Augusto Crocco, si legge che nella “cavea sotterranea” sono conservati i corpi di un uomo e una donna “nei quali sono state eliminate, con ignoti procedimenti tutte le parti molli, eccetto l'intero apparato circolatorio fin nelle sue minime ramificazioni arteriose e venose. Opere del medico palermitano Giuseppe Salerno che si servì di liquidi e di sostanze scoperte dallo stesso principe Raimondo”.
      


Home

Napoli, 05/06/2010 ore: 12.51